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Oltrepassando Dio

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 Mio caro Dio
ti chiamo a rispondere su ciò che hai proclamato e prescritto, giacché le incongruenze insite nella tua dottrina dimorano nella tua stessa Parola. Non potrai etichettarmi col comodo attributo di "ateo", anche perché ateo non sono né professo altre confessioni. Il concetto dell'Assoluto resta comunque un tema aperto e ogni sua negazione aprioristica rappresenta un'intollerabile censura nella riflessione teoretica.

Mio carissimo Dio
so già che tacerai celandoti dietro l'atto della morte. Sappi, però, che la ragione - adesso - è in grado di giudicarti sulle umane cose che hai pronunciato, sino a toccare con mano quei misteri divini un tempo imperscrutabili.
 
I
Il Decalogo è concepito sulla proibizione: il rosario dei divieti.
I 25 dinieghi del primo Decalogo Otto comandamenti su dieci si fondano sulla logica del divieto, che del resto è presente anche nel precetto che si ascrive a Dio. Il Signore, nel temere le altre divinità (non avrai altri dèi), osteggia i concorrenti (non ti prostrerai a loro) e minaccia gli uomini (un Dio geloso, che punisce) mostrando implicitamente tutta la sua debolezza.
Dove non c'è l'esplicita proibizione, c'è comunque l'intimazione ("onora" il padre e la madre), cosa ben diversa dall'amore. Non a caso, quando la relazione tra genitori e figli è improntata alla saggezza educativa, fiorisce spontaneo il volersi bene reciproco, e di conseguenza svanisce l'imperativo "onora".
Il quarto comandamento ha un risvolto addirittura crudele: chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Dio, in realtà, non si rende conto che la maleducazione dei figli è frutto di quella dei genitori, in un continuo reiterarsi dei comportamenti. Iddio non vede possibilità di mutamento [la pedagogia nei primi sette anni di vita]. E non vedendola, prescrive la punizione e condanna ex post, fino a giustificare il castigo mortale per sanare ciò che oramai è insanabile. Tuttavia, se l'Altissimo tralascia la pedagogia è perché non la conosce.
Dunque, la primissima legge che soggiace ai comandamenti è quella della incurabilità delle malattie sociali. Dopodiché, tutto discende a catena. Dopodiché, al di fuori dei precetti passivi, non è previsto alcun percorso propositivo. Dopodiché, non esiste nelle disposizioni testamentarie una scienza della felicità e le uniche scienze sociali riguardano gli spiriti indemoniati da scacciare con la preghiera.
Il tempo ha inficiato il primato della Tavola delle Leggi. La Dichiarazione universale dei diritti umani è più avanzata del Decalogo perché apre ai diritti anziché chiudersi nella prescrizione di non fare ciò che non va fatto. Perfino la Carta sui diritti degli animali è più avanzata!
Eppure, una dottrina che pretende di essere celestiale dovrebbe svelare la teoria della felicità. E invece niente. Niente di niente.
Va detto, comunque, che la concezione del "primo Dio" è in contrasto con quella del "secondo Dio". Che il giudizio umano sia mutabile è più che lecito, ma che il pensiero dell'Essere divino non sia sempre lo stesso è incongruente. Lo stesso Gesù, consapevole del divario esistente tra le due dottrine, con saggio trasformismo ideò l'espressione "non per abolire, ma per dare compimento", pur abolendo e pur cambiando la vecchia morale divina.
Ciò nondimeno, anche le prime leggi di Dio, ricorrendo all'espediente "ubbidire a Dio per ubbidire alle Leggi", hanno consentito alcuni progressi sociali. La festività del sabato, ad esempio, può essere considerata la prima conquista sindacale della storia, mediante l'artificio del riposo consacrato alle fatiche del Signore; dal momento che Dio avrebbe dovuto compiere la sua opera senza fatica alcuna.

II

La beatitudine della povertà è stata una svista
"Beati i poveri", recita il Vangelo.
Provate a dire a un mendicante: Beato te, che sei povero!
Io l'ho fatto. Egli mi ha guardato frastornato, e io quasi a spiegargli: "Sono parole di Dio..." Intanto, lui scaraventò per terra le mie due monetine mugugnando contro di me.

  
In verità, Gesù non riuscì a immaginare la ricchezza come valore positivo. Oggi, invece, è fin troppo evidente che la felicità può realizzarsi solo in un quadro di sano benessere, che comprenda sia le relazioni affettive che, necessariamente, i beni materiali.
Sull'onda della sacrale povertà, il punto di vista di Cristo si è spinto persino a glorificare il "povero di spirito".
In realtà, chi vive una candida e autentica umiltà possiede una vera "ricchezza di spirito": l'esatto contrario del pensiero di Cristo.
Non solo.
Se proviamo a saldare la doppia povertà, materiale e spirituale,
l'umiltà del povero si rivela come un mero espediente per suscitare la pietà altrui. Una movenza, che pur apparendo benigna e generosa, pur facendo vibrare le corde dell'emozione, non contiene mirabili valori spirituali. È la pietà costruita sulla costrizione, sul bisogno di ricevere nel mestiere del mendicante e non sull'autenticità di una relazione.
Perché, allora, Cristo ha esaltato in assoluto la povertà?
Per vari motivi, tra cui certamente la ricompensa del consenso. La folla che seguiva Cristo era composta soprattutto di "zoppi, storpi, ciechi, sordi". Una folla che bisognava pure appagarla in qualche modo con l'elogio dei beati. Anche se poi nessuno dei "venerandi poveri" mosse un dito contro la condanna a morte di Cristo. Anzi.
Il dottor Cristo, agendo esclusivamente nel recinto della povertà, ha finito per svilire persino la nobile carità, che si esprima quando il dono amorevole è libero dalla catena della necessità: una delizia d'amore pressoché inconcepibile nella tragedia dell'amore cristiano, fatto di pene e di espiazioni.

III
 L'amore cristiano è afflitto e malinconico
Nella scala dell'amore, quello di Cristo non sta sul gradino più alto.
Egli ha tratto l'ispirazione per la sua teoria del perdono dalla logica comportamentale femminile. Quell'invito, apparentemente rivoluzionario, a porgere l'altra guancia è stato ricavato dalla pratica quotidiana delle donne, succhiandone la linfa passionale.
"Tu stai zitta!", ed esse si accovacciavano in remissivo silenzio. Tuttavia, sono state proprio le donne, assecondando con santa pazienza i propri mariti arroganti, a dimostrare che - pur porgendo l'altra guancia - l'amato "nemico" non si trasforma in un soggetto autenticamente amoroso.

Due donne e due concezioni etiche   
Quel gesto di compassione misericordiosa acquieta sì i contrasti, ma nella direzione del congelare e non del mutare. Passato l'armistizio rispuntano le contraddizioni di prima.
Di conseguenza, quell'atto di donazione sacrificale, pur nella speranza di un incantesimo di tenerezza, non libera né può liberare i presupposti di un amore autentico.
Gesù, in verità, era convinto che il "volersi bene" potesse nascere in qualsiasi circostanza. Cosa del tutto plausibile trattandosi di un amore che non richiedeva piacevolezza. L'amore cristiano, essendo legato al perdono e non alla felicità,
non riesce a emanare profumi di gioia. La sua funzione lo rende piuttosto un mezzo di sopportazione della sofferenza: come l'amore della Santissima Addolorata o la pazienza biblica di Giobbe, esso ha sempre bisogno di uno scenario di iniquità o della tribolazione per santificarsi.
Strano a dirsi, ma ciò che manca alla proposta di Gesù, di colui che ha postulato l'amore come verbo onnipresente, è proprio la forza sublime e seducente del desiderio. Di quel desiderio che apre all'intreccio gioioso dei tanti benefici per tutti e per ciascuno.
È assente proprio il giardino delle delizie. Ma come in ogni pensiero alto, anche nella filosofia del cristianesimo sono presenti concetti mirabili. Come ad esempio le parole di sant'Agostino: "Ama e fa' ciò che vuoi". In ogni caso, è dalla sublimità di tutti i contenuti che può desumersi se una dottrina è immune da contraddizioni e perciò celestialmente ammissibile.
A tal proposito, quando Cristo ha estremizzato la sua proposta - "amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori" - dietro la sua frase commovente si nasconde un atto improduttivo.
So già che confutare questo concetto scatena lo sdegno dei commiserevoli. Ma non è che l'ira dell'ipocrisia, perché la forza dell'amore è infruttuosa di fronte all'aggressività criminale. La potenza dell'amore è identica a quella del male, giacché la superiorità dell'uno sull'altra non sta nella "forza d'urto" ma nel contenuto. Migliaia e migliaia di anni di prove storiche equivalgono a "dimostrazioni certe" effettuate col metodo galileiano.
Perché fingere allora? Non è ingannevole sedurre con ammalianti miraggi che cagionano illusioni e prefigurano traguardi irraggiungibili?
Va detto, nondimeno, che quando imperava la legge del contrappasso, la proposta dell'amore votivo produceva comunque un sistema di mediazione più alto. Tuttavia, a venti secoli di distanza, il femminismo ha reclamato un amore sincero tra pari, un'etica della felicità che anela al "più bel desiderante" che né il Dio cristiano né quello musulmano hanno mai immaginato e concepito.
  IV
 Dio/amore è teologicamente errato


L'amore è il più sublime dei valori umani. Ma Dio, in quanto sovra-umano, trascende ogni valore relativo, compreso l'amore degli uomini.
L'esegesi cattolica, nel tentativo di accordare il finito con l'infinito, ha unito la vetta della nostra morale (finita) al concetto (infinito) del Metafisico attraverso l'equivalenza Dio=amore. Un'incarnazione che, per quanto avvincente, colloca Dio nella sfera dell'empirico.
Quando l'amore raggiunge la sua massima espressione, non sboccia una "divina perfezione", bensì l'armonia delle relazioni umane. Il massimo dell'amore non ha nulla a che vedere con l'Assoluto giacché il nostro momento più grandioso non sfiora neppure lontanamente l'essenza del soprannaturale. Cosicché, asserire che "Dio è amore", pur plasmando un'immagine spettacolare, è un'eresia teologica.
Ma se Dio trascende il relativo, a quale domanda rispondeva quel nostro desiderio di eticità di Dio?
Sicuramente, all'anelito romantico di possedere un Dio che sia e dia certezza, con cui dialogare. Un altro da sé per parlare con se stessi, perché ci sia sempre un tutore a indicarci il "trattato generale delle certezze". A darci la risposta a quelle domande che prima reclamavano la conquista e il predominio (Antico Testamento), e oggi invocano il benessere, la pace e il seducente piacere.
E poiché nessun umano può offrire sicurezze, quel Dio è stato la prima panacea, costruita in carne e ossa per le nostre necessità, che ci parla sulle frequenze mistiche interpersonali. Qui passa lo spartiacque tra il bisogno di credere e l'autentico contenuto religioso.
Il contenuto divino è quasi irrilevante rispetto alla necessità di dover credere in un qualcosa che va oltre, un genitore universale che perdura dopo la parentesi della vita; la spinta che ne deriva è dunque il vero motore inanimato delle religioni.
Di contro, la divinizzazione dell'amore ha reso utopistica la felicità umana avendo posto l'amore sul piano dell'irraggiungibile trascendente. Questo ha cagionato un doppio impoverimento: per gli uomini e per lo stesso concetto di Assoluto.
Ma ora, dopo che per troppi secoli la teoria dell'amore sacrificale è rimasta ancorata al blocco culturale del peccato, i tempi sono maturi per concepire la dialettica dell'amore nelle lucenti acque della gioia. Per Dio, una vera e propria utopia!

V
 La cosmologia di Dio non collima con la scienza
Zoom   La logica del creato e l'ordine dell'universo non corrispondono alla descrizione del loro creatore; neppure la geometria della Terra.
Ma se Dio è infallibile, perché Dio ha deformato la verità della scienza?
E soprattutto, qual era il disegno divino sottostante?
In realtà, Egli aveva assoluto bisogno di quella Genesi per accreditarsi come divinità. Se avesse spiegato la storia dell'universo con l'evoluzione, pur avocando a sé il punto di partenza, avrebbe perso il titolo di "creatore del cielo e della terra". Di conseguenza, avrebbe ottenuto solo qualche Osanna e un po' di venerazione.
La centralità di Dio si fondava invece sulla realizzazione del creato, per cui bisognava mettere in piedi una creazione nella quale ci fosse un costruttore di tutto il compiuto.
Qui sta il retroscena della "cicogna biblica": l'uso politico della scienza, prima ancora dell'inesattezza scientifica, il costrutto dell'universo a uso e beneficio esclusivo di Dio per accreditarlo come Creatore del tutto.
Lo stesso vale per l'alleanza tra Dio e il popolo d'Israele, con Gerusalemme al centro del cosmo biblico. Una rappresentazione anch'essa errata, ma utile come epicentro teologico per assegnare agli Ebrei un ruolo sacrale.
D'altro canto, era Dio a cercare un popolo che lo potesse adorare, non già quel popolo alla ricerca di un Dio. E a quelle genti bisognava assegnare quantomeno una collocazione e una funzione privilegiate, per poi raccoglierne la dovuta devozione.
Dunque, a prescindere dalla questione dell'onniscienza o meno di Dio, ci troviamo di fronte a un impianto cosmologico creato a tavolino. Una forzatura tutta politica nell'alta strategia teologica.
La bugia divina ha conservato la sua gloria fino a che la scienza è stata un'opinione; poi, anche quest'artifizio si è rivelato effimero.
A Dio, adesso, è rimasto solo un piccolo ruolo: la creazione dell'essenza del Niente.
Ad ogni modo, pur ammettendo che sia stato Dio il creatore dell'universo, c'è un'incoerenza che lo riguarda ad personam: il punto di rottura tra il niente e l'inizio del creato.
Perché l'immutabile Dio, a un certo punto, ha cambiato idea?
Perché Dio ha interrotto l'eterno nulla?
Forse, Dio vide che ciò era noioso?
Ma qualunque sia la risposta c'è stato uno strappo finito nell'Infinito, uno squarcio tra il prima e il dopo nell'immutabile Assoluto.


VI

  

L'anima è paragonabile a una semiretta: ha origine in un punto relativo e finito per poi divenire immortale e infinita.
Essa nasce contestualmente al concepimento nel tempo della storia. Non preesiste ab æterno, ma diviene eterna.

Dunque, se da un punto spaziale e temporale potesse sorgere un eterno futuro, anche il concetto di Assoluto entrerebbe in crisi. E questo per almeno due motivi: l'Assoluto perderebbe l'atemporalità e si aprirebbe una dicotomia tra un "eterno del fu" e un "eterno del sarà". O meglio, ci sarebbero due eternità parallele: quella di Dio, perenne nel passato e nel futuro, e quella delle tante anime, perenni nel futuro del post-concepimento. Ma l'anomalia dell'anima non finisce qui. Pur sorgendo libera, col rapporto sponsale diviene vincolata. L'indissolubilità del matrimonio impone l'eterno gemellaggio delle due anime, che magari hanno convissuto poco felicemente su questa terra. Di conseguenza, se c'è stato errore - umanamente sempre possibile - il presente storico trascina con sé il futuro eterno; le circostanze mortali dominano sull'immortale. E un errore diventerebbe una perpetua sciagura.
Qual è, dunque, il motivo di tanta attenzione per l'anima?
Il punto d'attrazione della religione è soprattutto nella nostra voglia e speranza di immortalità: il Dio dei morti che agisce sulla mente dei vivi.
Pur di assicurarsi il consenso, pur di lusingare la nostra angelica voglia, l'umana fantasia ha svolazzato ben oltre l'inventiva di Dio. Nel sacro testo, infatti, l'affresco dell'anima è a malapena abbozzato, tanto che neppure Dio sapeva cosa fosse.
A tal segno che l'anima, benché eterna, nondimeno
muore. Un capolavoro di incompatibilità.
Eppure, a furia di guardare solo l'aldilà, l'aldiquà è stato svuotato di portento. Al punto che la certezza più ferrea di Dio, ossia la morte, fra meno di qualche secolo potrà svanire. D'altronde, l'orologio del trapasso è stato costruito dalla natura quando le prime forme di animazione si rigeneravano in un identico replicarsi. Il software della morte (il gene dell'invecchiamento) è stato un dispositivo della natura per aprire le porte all'evoluzione.
E sarà impossibile oltrepassare l'artificiosa barriera del decesso senza l'intervento di Dio.

VII
 Il peccato originale ha avuto origine da Dio

Il frutto dell'albero della conoscenza 

Il movente del peccato originale è stato li desiderio di conoscenza. Un desiderio che non è affatto un peccato. Tutt'altro.
Ma se la morale di Dio è inoppugnabile e la storia del divino creato è veritiera, perché Dio avrebbe proibito il sapere?
Il verbo "temere" si ripete spesso nella Bibbia: Iddio reclamava una devozione fatta di soggezione.
In realtà, era Dio che temeva il sapere degli uomini, avendo costruito l'essenza del divino sull'artifizio del creare. Cosicché, la non-verità dell'una (la scienza dell'universo) avrebbe smascherato anche l'altra (la funzione creatrice di Dio).
In effetti, Iddio aveva dichiarato imperscrutabile ogni verità della natura così da rendere vano qualsiasi tentativo di conoscenza. La scalata alle grandi spiegazioni avrebbe condotto gli uomini a scoprire i veri segreti della natura, del tutto discordanti da quelli svelati da Dio. E dalla "natura creata" ai "misteri del Creatore" il passo è breve.
Dunque, il vero peccato d'origine, quello occulto e primordiale, sta nell'Essere divino che, per impedire il riscontro sulla verità della creazione, ha rovesciato la colpa sull'intera umanità con l'inganno di un falso peccato originale. Per giunta non espiabile.
Ma c'è un'altra incoerenza di Dio: il peccato di due antenati (posto che il voler sapere sia un peccato) non può ricadere sull'intera specie. Non è plausibile che uno sbaglio soggettivo diventi collettivo; se è inaccettabile il passaggio di responsabilità da un padre a un figlio, a maggior ragione lo è da una generazione all'altra. Questo implicherebbe una concezione tribale, non conveniente neppure per Dio.
Infatti, se ragionassimo per assurdo, supponendo divinamente corretto il principio della colpa discendente, e dunque anche ascendente, questa si riverserebbe anche sull'artefice delle due prime creature umane, Adamo ed Eva; ossia sul Creatore.
Con ciò, Dio si autoaccusa.
Or dunque, dov'è la magnificenza di questo Dio?
Dov'è la sua natura divina?


 Il terzo Testameto di Dio, ovvero Nuova Traduzione Bibbia CEI
    Anche l'esegesi, come tutti gli smacchiatori, lascia un alone là dove c'erano delle macchie. E ora, nelle segrete stanze dove i cervelli sono svegli, già si pensa a superare l'ermeneutica, puntando direttamente a una nuova traduzione della Bibbia. Questa versione del tutto "originale" sarà forse l'ultimo tentativo per redimere l'obsoleto Jahvè.
Il Natale di Cristo non è valso a rinnovare l'umanità. Non c'è stato alcun effetto salvifico. O se c'è, dov'è?
Forse, l'ultima tentazione del Cristianesimo sarà il terzo Testamento. L'Antico è già tale, il Nuovo è diventato vecchio e ora occorre una più fresca novella.
Con la venuta dello Spirito Santo (Gv.16,13) sarebbe possibile annunciare una morale più evoluta con cui superare le datate antinomie. D'altro canto, se il Padre e il Figliuolo hanno già rivelato, perché precludere la strada al terzo ente della Trinità?
Ma anche questa evenienza non è più credibile e non più praticabile.
Il terzo Testamento in qualche modo già c'era e c'è ancora. È l'interpretazione biblica che tenta quotidianamente di rimuovere le antinomie della Parola di Dio, dando "significati" alle assenze e insinuando concetti allegorici per far diventare corretto ciò che è palesemente
scorretto.
 
 Addio mio vecchio Dio
addio romanzo profano del Dio che fu.
Ma Dio, in realtà, non ha ingannato nessuno perché Egli era solo un attore nella commedia della sceneggiatura teologica. Nella sala della regia Iddio non è mai entrato. Egli è stato solo un burattino nel retropalco della Scrittura, un
eroe concepito dalla penna dei filosofi che in veste sacerdotale hanno fatto di quella morale religiosa l'uccello messaggero. Lode, dunque, a quei pensatori. Che altri ne giungano nel tempo di questo flebile e breve pensar.

 Mio povero Dio
tutto questo non lo capirai mai, convinto com'eri di aver fatto qualcosa di grande, anzi incantevole. Ciò nondimeno, un altro Dio infranto non dimostra nulla contro l'Assoluto.
Dunque, la questione dell'Assoluto resta; ma è tutt'altra nozione dalle storiche ed effimere religioni. E allora che ne sarà del Dio "onnipotente" che contro il male è impotente?
Sia pietà per l'eroe che il vento della storia sta già portando via.

 Oltre Dio
La ricerca sull'infinito ha già oltrepassato il concetto del creatore metafisico.
La creazione dallo zero apre alla concepibilità dell'universo prescindendo dal concetto di Dio.
 
          Dal fronte della terra,
          da quella babelica baia chiamata Napoli

          Autore, Alfredo Alì

sull'autore    

       autore@utopia.it 

 

 Icaro

Le effimere ali di Icaro con le effimere parole divine


    La Risurrezione incompiuta  Epistola
 
  Cronologia delle religioni  
 
  700 contraddizioni bibliche 
 
  Perché Dio non ha creato l'universo 
 
  Preludio all'Utopia  Saggistica 


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