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IV

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L'amore è il più sublime dei valori umani. Ma Dio,
in quanto sovra-umano, trascende ogni valore relativo, compreso l'amore
degli uomini.
L'esegesi cattolica, nel tentativo di accordare il finito con l'infinito, ha unito la vetta della
nostra morale (finita) al concetto (infinito) del Metafisico attraverso
l'equivalenza Dio=amore.
Un'incarnazione che, per quanto avvincente, colloca Dio nella sfera dell'empirico.
Quando l'amore raggiunge la sua massima espressione, non sboccia
una "divina perfezione", bensì l'armonia delle relazioni umane.
Il massimo dell'amore non ha nulla a che vedere con l'Assoluto giacché il nostro momento
più grandioso non sfiora neppure lontanamente l'essenza
del soprannaturale. Cosicché, asserire che "Dio è amore", pur plasmando un'immagine spettacolare,
è un'eresia
teologica.
Ma se Dio trascende il relativo, a quale domanda rispondeva quel nostro desiderio di
eticità di Dio?
Sicuramente, all'anelito romantico di possedere un Dio che sia e
dia certezza, con cui dialogare.
Un altro da sé per parlare con se stessi, perché ci sia sempre un tutore a indicarci il "trattato generale delle certezze".
A darci la risposta a quelle domande che prima reclamavano la conquista e il predominio (Antico
Testamento), e oggi invocano il benessere, la pace e il seducente
piacere. |
E poiché nessun umano può offrire
sicurezze, quel Dio è stato la prima panacea, costruita in carne e ossa per le nostre necessità,
che ci
parla sulle frequenze mistiche interpersonali.
Qui passa lo spartiacque tra il bisogno di credere e l'autentico contenuto
religioso.
Il contenuto divino è quasi irrilevante rispetto alla
necessità di dover credere in un qualcosa che va oltre, un genitore
universale che perdura dopo la parentesi della vita; la spinta che ne
deriva è dunque il vero motore inanimato delle religioni.
Di contro, la divinizzazione dell'amore ha reso utopistica la
felicità umana avendo posto l'amore sul piano dell'irraggiungibile trascendente.
Questo ha cagionato un doppio impoverimento: per gli
uomini e per lo stesso concetto di Assoluto.
Ma ora,
dopo che per troppi secoli la teoria dell'amore sacrificale è rimasta
ancorata al blocco culturale del peccato, i tempi sono maturi per
concepire la dialettica dell'amore nelle lucenti acque della gioia.
Per Dio, una vera e propria utopia! |
V
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La logica del creato e l'ordine dell'universo non corrispondono alla descrizione del
loro creatore; neppure la geometria della Terra.
Ma se Dio è infallibile, perché Dio ha deformato la verità della scienza?
E soprattutto, qual era il disegno divino sottostante?
In realtà, Egli aveva assoluto bisogno di quella Genesi per accreditarsi come divinità. Se avesse spiegato la storia dell'universo con l'evoluzione, pur avocando a sé il punto di partenza, avrebbe perso il titolo di
"creatore del cielo e della terra". Di
conseguenza, avrebbe ottenuto solo qualche Osanna e un po' di venerazione. |
La centralità di Dio si fondava invece sulla realizzazione del creato, per cui bisognava
mettere in piedi una creazione nella quale ci fosse un costruttore di tutto il compiuto.
Qui sta il retroscena della "cicogna biblica": l'uso politico della scienza, prima ancora dell'inesattezza
scientifica, il costrutto dell'universo a uso e beneficio esclusivo di Dio per accreditarlo
come Creatore del tutto.
Lo stesso vale per l'alleanza tra Dio e il popolo
d'Israele, con Gerusalemme al centro del cosmo biblico. Una rappresentazione anch'essa
errata, ma utile come epicentro teologico per assegnare agli Ebrei un ruolo sacrale.
D'altro canto, era Dio a cercare un popolo che lo potesse adorare, non
già quel popolo alla ricerca di un Dio. E a
quelle genti bisognava assegnare quantomeno una collocazione
e una funzione privilegiate, per poi raccoglierne la dovuta devozione.
Dunque, a prescindere dalla questione dell'onniscienza o meno di Dio, ci troviamo di fronte a un impianto cosmologico creato a tavolino. Una forzatura tutta
politica nell'alta strategia teologica.
La bugia divina ha conservato la sua gloria fino
a che la scienza è stata un'opinione; poi, anche quest'artifizio si è rivelato effimero.
A Dio, adesso, è rimasto solo un piccolo ruolo: la creazione
dell'essenza del Niente.
Ad ogni modo, pur ammettendo che sia stato Dio il creatore dell'universo, c'è un'incoerenza
che lo riguarda ad personam: il punto di rottura tra il niente e l'inizio del
creato.
Perché l'immutabile Dio, a un certo punto, ha cambiato idea?
Perché Dio ha interrotto l'eterno nulla?
Forse, Dio vide che ciò era noioso?
Ma qualunque sia la risposta c'è stato uno strappo finito nell'Infinito,
uno squarcio tra il prima e il dopo nell'immutabile
Assoluto.
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VI
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L'anima è paragonabile a una semiretta: ha origine
in un punto
relativo e finito per poi divenire immortale e infinita.
Essa nasce contestualmente al concepimento nel tempo
della storia. Non preesiste ab æterno, ma diviene eterna. |
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Dunque, se da un punto spaziale e temporale potesse sorgere un eterno futuro, anche il concetto di
Assoluto entrerebbe in crisi. E questo per almeno due motivi: l'Assoluto perderebbe
l'atemporalità e si aprirebbe una dicotomia tra un "eterno del
fu" e un "eterno del sarà". O meglio, ci sarebbero due eternità parallele:
quella di Dio, perenne nel passato e nel futuro, e quella delle tante anime,
perenni nel futuro del post-concepimento.
Ma l'anomalia dell'anima non finisce qui. Pur sorgendo libera, col rapporto
sponsale diviene vincolata. L'indissolubilità del matrimonio impone l'eterno gemellaggio delle due anime, che magari hanno convissuto poco felicemente su questa terra. Di conseguenza, se c'è stato errore - umanamente sempre possibile
- il presente storico trascina con sé il futuro eterno; le circostanze mortali
dominano sull'immortale. E un errore diventerebbe una perpetua sciagura.
Qual è, dunque, il motivo di tanta attenzione per l'anima?
Il punto d'attrazione della religione è soprattutto nella nostra voglia
e speranza di immortalità: il Dio dei morti che agisce sulla mente dei vivi.
Pur di assicurarsi il consenso, pur di lusingare la nostra angelica
voglia, l'umana fantasia ha svolazzato ben oltre l'inventiva di Dio. Nel
sacro testo, infatti, l'affresco dell'anima è a malapena abbozzato,
tanto che neppure Dio sapeva cosa fosse.
A tal segno che l'anima, benché eterna, nondimeno muore.
Un capolavoro di incompatibilità.
Eppure, a furia di guardare solo l'aldilà, l'aldiquà è stato
svuotato di portento. Al punto che la certezza più ferrea di Dio, ossia
la morte, fra meno di qualche secolo potrà svanire. D'altronde,
l'orologio del trapasso è stato costruito dalla natura quando le prime
forme di animazione si rigeneravano in un identico replicarsi. Il
software della morte (il gene dell'invecchiamento) è stato un
dispositivo della natura per aprire le porte all'evoluzione.
E sarà impossibile oltrepassare l'artificiosa barriera del decesso senza
l'intervento di Dio.
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VII
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Il movente del peccato originale è stato li
desiderio di conoscenza. Un desiderio che non è
affatto un peccato. Tutt'altro.
Ma se la morale di Dio è inoppugnabile e la storia del divino creato è veritiera, perché Dio
avrebbe proibito il sapere?
Il verbo "temere" si ripete spesso nella Bibbia: Iddio reclamava una devozione fatta di soggezione. |
In
realtà, era Dio che temeva il sapere degli uomini, avendo costruito
l'essenza del divino sull'artifizio del creare. Cosicché, la non-verità dell'una (la scienza dell'universo) avrebbe
smascherato anche l'altra (la
funzione creatrice di Dio).
In effetti, Iddio aveva dichiarato imperscrutabile ogni verità della natura così da rendere vano
qualsiasi tentativo di conoscenza. La scalata alle grandi spiegazioni avrebbe condotto gli uomini a scoprire i veri segreti della natura, del tutto discordanti da quelli svelati da Dio. E dalla "natura creata" ai "misteri del Creatore" il passo è breve.
Dunque, il vero peccato d'origine, quello occulto e primordiale, sta
nell'Essere divino che, per impedire il riscontro sulla verità della
creazione, ha rovesciato la colpa sull'intera umanità con l'inganno di un falso peccato originale. Per giunta non espiabile.
Ma c'è un'altra incoerenza di Dio: il peccato di due antenati
(posto che il voler sapere sia un peccato) non può ricadere sull'intera specie. Non è plausibile che uno sbaglio soggettivo diventi
collettivo; se è inaccettabile il passaggio di responsabilità da un
padre a un figlio, a maggior ragione lo è da una generazione all'altra.
Questo implicherebbe una concezione
tribale, non conveniente neppure per Dio.
Infatti, se ragionassimo per assurdo, supponendo divinamente corretto il principio della colpa discendente,
e dunque anche ascendente, questa si riverserebbe anche sull'artefice
delle due prime creature umane, Adamo ed Eva; ossia sul Creatore.
Con ciò, Dio si autoaccusa.
Or dunque, dov'è la magnificenza di questo Dio?
Dov'è la sua natura divina?
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Anche l'esegesi, come tutti gli smacchiatori, lascia un alone là dove
c'erano delle macchie. E ora, nelle segrete stanze dove i cervelli sono svegli,
già si pensa a superare l'ermeneutica, puntando direttamente a una nuova
traduzione della Bibbia. Questa versione
del tutto "originale" sarà forse l'ultimo tentativo per redimere
l'obsoleto Jahvè.
Il Natale di Cristo non è valso a rinnovare l'umanità. Non c'è stato alcun effetto salvifico.
O se c'è, dov'è?
Forse, l'ultima tentazione del Cristianesimo sarà il terzo Testamento.
L'Antico è già tale, il Nuovo è diventato vecchio e ora occorre una più fresca novella.
Con la venuta dello Spirito Santo (Gv.16,13) sarebbe
possibile annunciare una morale più evoluta con cui superare le
datate antinomie.
D'altro canto, se il Padre e il Figliuolo hanno già rivelato, perché precludere la
strada al terzo ente della Trinità? |
Ma anche questa evenienza non
è più credibile e non più praticabile.
Il terzo Testamento in qualche modo già c'era e c'è ancora. È
l'interpretazione
biblica che tenta quotidianamente di
rimuovere le antinomie della Parola di Dio, dando "significati"
alle assenze e insinuando concetti allegorici per far diventare corretto ciò che è palesemente
scorretto. |
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